WALESA, L’OPERAIO CHE SCARDINO IL COMUNISMO

di Tonino Zama (Giornale di Brescia 4 febbraio 2023)

Per noi, boomer attempati, Lech Walesa è il simbolo della libertà operosa, pagata con il carcere imposto dal comunismo sovietico;
Walesa è il più forte muratore del muro di Berlino, il più attivo nell’abbatterlo, rischiando la vita con la forza delle idee e le mani grosse di un uomo di pace. Walesa è il presidente della Polonia dal 1990 al 1995, è il premio Nobel della Pace 1986, è predicatore nel mondo dei valori del cristianesimo, della sua libertà, della necessità di costruire un anello universale di solidarietà contro
ogni dittatura, il difensore, senza se senza ma, dei valori cattolici, costi quel che costi.
In quegli anni tanti, donne e uomini liberi europei e di oltre oceano possedemmo, idealmente, la tessera di Soldarnosc, quale pegno del nostro aiuto per quel popolo. Solidarnosc significava e significa, immediatamente, solidarietà, il coraggio della libertà, la lotta contro le dittature. Per i giovani nati negli ultimi 40, 50 anni, Walesa è qualcosa di nebuloso, forse un eroe della resistenza al
comunismo, forse 1 nome di un nuovo digestivo, forse un nazionale di calcio in panchina. Ma, appena rischiari il contesto storico, allora, per tutti, Walesa è quel polacco a scavalco sui recinti di filo spinato nei cantieri di Danzica, nei primi
anni Ottanta, robusto e con quei baffi spioventi rossicci, anch’essi cresciuti sul viso di una potenza rivoluzionaria pacifica che terrorizzò il comunismo del blocco sovietico e contribui a distruggerlo, prediletto dal santo Papa Woytila, aiutato dal suo popolo e sostenuto da molti popoli contro il comunismo sovietico. Lui, Walesa, lo rivedi arringare migliaia di tute blu polacche nel cantiere più strategico del nord comunista europeo e dietro quella bandiera nobile del solidarismo cattolico, chiamata Solidarnosc. molto più di un sindacato, con 10 milioni di iscritti, cioè tutta la Polonia e tutta l’Europa libere, ritrovi lo scrigno intatto per un ricorso ad energie di militanze per i valori irrinunciabili della vita: Soldarnosc, cioè umanesimo libero, forte, cristiano, nella pace, ma, poi, stabilita la non violenza, la sfida ad ogni costo.
Walesa, a settembre compirà 80 anni ed ora, dopo una trattativa organizzativa estenuante, grazie al leader dell’Associazione Tito Speri, l’avv. Paolo Botticini aiutato da molti amici e collaboratori, eccolo a Brescia (ne scriviamo a pag. 15 – ndr), probabilmente nell’ultima uscita internazionale pur rimanendo attivo quale presidente della Fondazione Solidarnosc. Si sente addosso gli anni della prigionia, delle torture psicologiche, delle responsabilità prime contro il mostro sovietico. Si sente consolato e protetto, sempre, dal suo grande amico, il Santo Woytila e desidera rifugiarsi completamente oppressa nella sua Fondazione, portandosi dietro ferite umanissime e palpabili. Come quell’infarto duro che adesso gli pesa e si cura soltanto con pause brevi durante viaggi logoranti e carichi di incontri e di predicazione. Come questo, da noi. Si tratta di un avvenimento che si staglia sopra ogni altra manifestazione, si tratta, sul piano morale e della memoria storica del Novecento fino ad oggi, della più limpida, valoriale impresa culturale della città e della provincia.
In alcuni libri a lui dedicati, il più famoso «Sulle ali della libertà», sta serillo dell’importanza del movimento di Lech Walesa per più dell’ultimo quarto del Novecento, fino al ricordo esile dei nostri giorni. Sta scritto che uno degli scopi dell’attentato a Papa Woytila il 13 maggio 1981 consisteva nell’eliminazione del Pontefice e quindi nella fine di Solidarnosc. L’Unione Sovietica era spaventata dal movimento operaio di libertà che si spandeva dai cantieri di Danzica in tante parti dell’Europa dell’Est e voleva, in ogni maniera, distruggere questa storia di libertà e di cattolicità che gli logorava il sistema di un ateismo violento e materialista.
Lech Walesa era nato nel settembre 1943 in un villaggio contadino, a Popowo, suo padre, falegname, era morto subito dopo la guerra, anche per le sofferenze patite in un campo di internamento nazista e la madre, si era risposata con il cognato, fuggendo negli Stati Uniti dove morirà nel 1975.
Walesa era cresciuto con il sacrificio del lavoro, da elettricista nei cantier di Danzica, vivendo una fede profonda nella cattolicità, particolarmente fervida in una Polonia massacrata prima da un accordo nazi-comunista nel 1939 e quindi sotto il regime di 1 litler e di Stalin. I primi scioperi furono contro l’impossibilità di sostener l’aumento dei prezzi, Walesa e i suoi amici finirono nelle carceri e dopo una lotta di alcuni anni conquistaron la libertà di opporsi al regime comunista, fondarono il movimento- partito di Solidarnosc, vinsero le elezioni, e lui divenne presidente della Polonia nel 1990. Viene da pensare a una parentela nella libertà tra Walesa e Tito Speri, entrambi eroi per la propria terra, entrambi appassionati, misteriosamente, in una lirica totale, quasi mistica, per una patria da conquistare. Viene da pensare al cammino della Provvidenza, intatta nel suo procedere nei secoli, oltre ogni barriera. Oltre e basta.