Un dubbio Celeste
Formigoni domani sarà al Paolo VI per presentare la sua biografia (e per fare ritorno alla politica?)

Roberto Formigoni ha scelto Brescia per una delle sue prime apparizioni pubbliche mentre si avvicina, a metà novembre, la data in cui finirà di scontare la pena a 5 anni e 10 mesi confermatagli dalla Cassazione per il reato di corruzione legato a una tangente di oltre 6 milioni della Fondazione Maugeri (sanità lombarda). Tecnicamente la pena sarebbe cessata nel marzo del 2024 ma la buona condotta del condannato ha accelerato i tempi. Ora rimane il dubbio se Formigoni intenda tornare immediatamente in politica, soprattutto dopo il suo incontro con il presidente del senato Ignazio La Russa, suo vecchio amico dai tempi milanesi, che ha fatto ipotizzare una candidatura per Fratelli d’Italia alle europee del 9 giugno dell’anno prossimo.
Di mezzo c’è l’interdizione perpetua dai pubblici uffici prevista dalla sentenza, aggirabile secondo alcuni con l’istituto della riabilitazione per il quale però potrebbero occorrere tre anni o più. Formigoni – che ha 76 anni arriva a Brescia domani (ore 18, Centro pastorale Paolo VI, su invito del Circolo Tito Speri di Paolo Botticini) per parlare del suo libro-intervista Una storia popolare scritto con Rodolfo Casadei, che fu uno dei suoi consulenti alla comunicazione in Regione dal 1997 al 2004 e tuttavia affronta anche gli argomenti più spinosi legati alla parabola di Formigoni che è stato per 12 anni (1975-1993) alla guida del Movimento popolare, per 16 anni parlamentare italiano o europeo, per 18 anni (1995-2013) presidente della Regione Lombardia.
Il libro spazia dall’infanzia a Lecco ai 5 mesi della carcerazione a Bollate, dal 22 febbraio al 22 luglio del 2019. Nell’intervista Formigoni ne ha per tutti: per la Dc che nonostante il milione di voti portati da Mp (Zaccagnini dixit) non diede a lui e ad altri del Movimento ruoli di governo, per il pentapartito che oscurò i suoi meriti per la liberazione di 400 ostaggi italiani in Iraq prima della Prima Guerra del Golfo, per la massoneria che impedì l’arrivo di Pertini al meeting di Rimini nel 1983, per Repubblica e i poteri forti che lo attaccarono in tutti i modi, per Cl che decise di chiudere l’esperienza di Mp nel 1995 per dare spazio e maggior peso alla Cdo, per Maroni che lo fece cadere nel 2012 dopo l’arresto dell’assessore Zambetti accusato di collusioni con la ‘Ndrangheta e l’anno dopo lo sostituì alla guida del Pirellone, per la Lega che affossò l’autonomia differenziata della Lombardia nel 2008. Un libro pieno di retroscena, ricostruzioni inattese,rivelazioni. Formigoni non è tenero neppure con Berlusconi: gli imputa il fatto di non aver compiuto le riforme liberali quando aveva i numeri per farle, di non aver dato una struttura democratica a Forza Italia, di non aver designato un successore, di aver tolto la fiducia per ripicca personale al governo Letta. Tanto che ora Formigoni vede una Fi “al declino”. Controversi i rapporti con i vertici di Cl. Il “celeste” rivela di aver patito come «una pugnalata» la lettera che Julian Carròn, successore di Giussani alla guida di Cl, scrisse a Repubblica nel maggio 2012 per scaricarlo: «Se il movimento di Comunione e liberazione — scriveva Carròn — è continuamente identificato con l’attrattiva del potere, dei soldi, di stili di vita che nulla hanno a che vedere con quello che abbiamo incontrato, qualche pretesto dobbiamo averlo dato…».
Da allora Formigoni non è più stato invitato al meeting di Rimini di cui era stato ideatore, portavoce, leader. E il Covid in Lombardia? Per Formigoni, se non fosse arrivata la controriforma ospedale-centrica di Maroni, «quasi certamente l’allarme Covid sarebbe stato lanciato prima e si sarebbe potuto fare meglio di quanto si è fatto». E la politica estera? «Non siamo noi i giudici del mondo e la Nato non è il gendarme del mondo».
Un libro che farà discutere. Formigoni è (comunque) tornato.
Massimo Tedeschi
Articolo tratto da: Corriere della Sera del 26 ottobre 2024

